IVO SAGLIETTI. La fotografia va consumata lentamente

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“Un fotografo deve muoversi lentamente, solo così scopre, fermandosi, voltandosi, girandosi e camminando lentamente, prendendo il regionale invece che il treno veloce, l’autobus invece che il treno”, con queste parole comincia a raccontare di sé Ivo Saglietti, uno dei maggiori esponenti del fotogiornalismo italiano. Ivo parla piano, sottovoce, pensando con attenzione alle parole da usare e spiega che ogni fotografia inserita nell’editing deve richiamare la precedente e suggerire la successiva, solo in questo modo il racconto prende un significato. Nei suoi modi di fare tranquilli e pacati si intravedono orgoglio, passione ed un cuore pronto ad esplodere se deve difendere le sue ragioni, così giuste e così delicate. Caratteristiche che vengono poi riflesse nel suo incredibile lavoro fotografico.

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“Una fotografia deve raccontare, non emozionare. Se dovessimo tenere solo le foto che emozionano ogni fotografo avrebbe solo tre, quattro fotografie”

Fin dal 1978 Ivo si impegna in tematiche sociali, legate alla vita dell’uomo, collaborando con agenzie francesi ed americane. Nel corso della sua attività realizza reportage, mostre, pubblicazioni in Salvador, Nicaragua, Cuba, Libano, Palestina, Cile, Colombia, Bosnia, Kosovo e molti altri paesi a cui si lega indissolubilmente grazie alle esperienze, alle persone incontrate e ai luoghi carichi una volta di speranza, un’altra volta di dolore o di paura.

L’approccio alla fotografia è minimale: “per fotografare avete bisogno di una macchina ed un obbiettivo”, e così anche i suoi modi di fare si riflettono sugli scatti, così ben composti, pensati, carichi di memoria e di vita.
Il fotoreporter continua descrivendo cosa rende uno scatto, una buona fotografia e sono solo tre: “una buona composizione, una bella luce e la complessità”. La buona composizione che va ricercata spostandosi, alzandosi, attendendo il momento buono finché tutti gli elementi che compongono il fotogramma non sono esattamente al loro posto. Una bella luce che deve essere aspettata perché non si può pensare di vedere una cosa interessante, inquadrare e scattare. È necessario aspettare la quantità e la qualità di luce ideale per quella situazione.

“Un’ora, un giorno, anche una settimana. Se è una fotografia che voglio inserire nel mio progetto la aspetto finché non sono soddisfatto di tutti gli elementi”.

E infine la complessità, che va ricercata, aspettata e riconosciuta. Perché la complessità nella buona fotografia è quell’elemento che fa in modo che lo spettatore si prenda del tempo, per riflettere, per comprendere anche ciò che non viene raccontato.
La giornata si conclude ed Ivo, seduto stancamente sulla sedia accendendosi una sigaretta ci lascia un’ultima frase su cui riflettere “Per fare il fotografo serve solo una macchina ed un obbiettivo, tutti gli obbiettivi, i flash, l’attrezzatura inutile di cui pensate di aver bisogno, buttatela via!! Anzi, vendetela e invece di comprarvi una macchina fotografica, prendetevi dei libri di Fotografia.”

*L’intervista e le fotografie sono di Riccardo Sartori